STORIA E FANTASTORIA - L'ombra del lucumone Lars Avile Tites rivela i segreti degli ETRUSCHI
"I ROSTRI DELLE NOSTRE NAVI
DOMINAVANO IL MAR TIRRENO"
Una società che dava alle donne un ruolo determinante
di RICCARDO CECCHELIN
Un artista, profondo ammiratore della civiltà etrusca, è convinto di essere l'unico sopravvissuto dei Tusci. Durante una passeggiata nella notte si ferma davanti all'ingresso di una tomba. Spinto da una forza irresistibile varca la soglia. E si trova in mezzo alle ombre uscite ognuna dal proprio sarcofago. Fra queste, il lucumone Lars Avile Tites (una delle autorità supreme di quel popolo), dal quale viene accolto come un figlio ritornato. "Tu riporterai nella cultura moderna i nostri segreti", gli dice. Nel sepolcro si diffuse una nenia antica: "Immensa venga la tua pace! Rara è la strada pia e santa. Ea, grande madre, appari! Dammi la luce dell'onda!" Poi tutto tacque e Lars Avile Tites, uno dei detentori della suprema autorità, cominciò a narrare quelle vicende così lontane. "La nostra storia è quella di un grande popolo. Una storia di potenza e d'influenza. Una storia di gloria. Agricola, industriale, artistica, militare. Non abbiamo lasciato sulla terra né un impero, né un faraone, né una piramide. Siamo stati un popolo di democrazia. Non abbiamo lasciato al sole nulla, né un tempio, né un palazzo, né un poema. Così volle il Fato. Abbiamo consegnato tutto ai nostri Dei. Abbiamo portato con noi, nel nulla, anche il nostro nome, ma le nostre radici hanno dato frutti rigogliosi. Tu ci chiedi da dove veniamo: siamo figli della terra dell'ulivo, stanziati da tempo immemorabile su queste plaghe. Lo stesso nome dato alla nostra patria, Etruria (ete, eterno; rura, campo), ne è la riprova, anche se non nego che l'etnos tirreno non fu purissimo. Molti secoli prima dell'inizio della nostra storia, genti illiriche di dialetto albanese arrivarono in questi luoghi dalle pianure danubiane, fondendosi con i primitivi abitatori. Da una simile unione derivò il ceppo da voi definito villanoviano. Il nuovo popolo si chiuse poi in se stesso, diversificandosi dalle altre genti italiche, raggiungendo vette di civiltà impensabili per quei tempi. Cancella dunque dalla tua mente i concetti errati che i greci instillarono come veleno quando, spinti dagli appetiti imperialistici si riversarono in Italia, cercando di dimostrare diritti di primogenitura anche sul territorio etrusco. 'I Tirreni sono venuti dalla Lidia', disse Erodoto; addirittura dalla stessa Grecia, secondo Dionigi da Alicarnasso. I romani poi, vollero annientarci moralmente e con Plinio, Giustino, Livio, sparsero la voce che noi Etruschi fossimo addirittura della famiglia dei Reti, cioè nordici, barbari....bugie...un mucchio di bugie e di veleno! Lo stesso nome dei Tirreni riconosciuto a noi abitanti della Tuscia, conferma la nostra provenienza dagli stessi luoghi dai quali prendemmo il nome. Da tempo immemorabile esistevano nella terra dell'ulivo gruppi familiari dediti alla caccia, alla pastorizia e alla coltivazione dei campi, senza alcun legame di ordine collettivo che li unisse tra loro, almeno in apparenza. All'inizio abitammo in grotte ipogee, asili semplici e ben tenuti, poi cominciammo a costruire capanne dal tetto di paglia, sparse a rilevante distanza l'una dall'altra. Attraverso forre e precipizi gettammo passerelle di robusti canapi, nelle radure delle immense selve sorsero i primi templi di legno. Di pari passo procedeva la sistemazione dei campi. Lentamente i nuclei familiari crebbero cominciando a sentire la necessità di unirsi in solide comunità e intorno all'VIII secolo a.C. nacquero le prime città adagiate su colli ed alture, cinte da possenti mura. Le strade scavate nel tufo, a volte fino a una profondità di 15 metri, permisero rapidi collegamenti fra i vari centri. L'edilizia domestica etrusca vide sorgere accanto alle case del popolo, formate da tre stanze con un piccolo ingresso sul lato lungo, quelle più complesse dei nobili, a quattro vani, con atrio e tablino (la stanza dove si accoglievano gli ospiti) e un grande porticato decorato finemente con lastre architettoniche e sculture. Le abitazioni si affacciavano su strade che s'intersecavano ad angolo retto e interrotte da piazze meravigliosamente suggestive. Una folla di gente indaffarata, sacerdoti, nobili, soldati, mercanti, schiave e concubine, scivolava ogni giorno verso le rispettive mete. Era uno sfolgorio di abiti variopinti, di copricapi ricercati, di gioielli, di calzari dalla caratteristica punta ricurva. Eravamo una razza forte e giusta e nei nostri occhi penetranti, i capelli neri, i nostri nasi aquilini, le bocche sottili si leggeva il gusto di una vita raffinata, il sentimento dell'arte, la parola facile, lo spirito dialettico e polemico. Al contrario dei romani le donne erano un punto fermo nella famiglia e nella società. Stimate ed ascoltate avevano anche loro una missione da compiere. In tutti, uomini e donne, si notava quella determinazione vitale che è la più chiara dimostrazione di un popolo ascendente a ritrovare sé stesso e sicuro di riuscire.
IL BOOM ECONOMICO Quando, all'inizio del VII secolo, venimmo a contatto con il mondo orientale, l'Etruria divenne una nazione potente. Fu un boom economico eccezionale. Fenici, greci, cartaginesi, egiziani, aprirono i loro mercati. Agricoltori, artigiani, mercanti, navigatori tirreni estesero la loro influenza economica in tutto il mondo conosciuto. Il groviglio delle strade, nel cuore dell'Etruria, divenne un nodo nevralgico di ogni commercio. Cavalli e carri lasciarono i loro solchi sul tufo ancora oggi coperto di muschio. Ed ecco i vasi di miele, gli orci d'olio e le anfore di vino salire lungo le vie delle antiche alture. E dalle saline di Tarquinia e dalle montagne di Volterra arrivò anche il sale, questa benedizione degli dei che conservava tutto l'anno le carni e permetteva la sopravvivenza alle popolazioni, specialmente in Oriente dove il caldo torrido era, a volte, un nemico spietato. In terra italica avevamo affari con i Messapi e i lucani al sud, con i padani, i veneti e i reti al nord. Le miniere di ferro dell'isola d'Elba e quelle di rame del campigliese resero celebre Populonia su tutte le coste del Mediterraneo. La fiorente Etruria divenne così una potenza economica, lanciata verso la sua felicissima espansione. E le abetaie solenni dell'Abetone, di Pratomagno e della Consuma ci diedero robusti i legni per le lunghe navi. Le resine dei boschi offrirono materia per i cantieri navali: Dalle miniere furono estratti i metalli per gli scintillanti rostri. Perché, come dovette ammettere lo stesso Plinio 'i rostri di bronzo delle navi con cui si affondano le flotte nemiche sono invenzioni degli Etruschi'. I traffici si estesero ovunque. 'I Tirreni - scrisse Strabone - sono i padroni del mare' ". Lara Avile Tites tacque e mi fissò. L'oscuro presentimento che, all'inizio aveva avvelenato il mio spirito, era completamente svanito. Provavo per quel vecchio una simpatia inspiegabile che la misteriosa voce dell'intuito imponeva, anche se la logica e la ragione la deridevano. Di solito l'uomo di forza di sorridere di queste folate psicologiche i cui "perché" gli sfuggono. Dice a se stesso che è ben sicuro del proprio sistema nervoso e che la maniera più spiccia di risolvere la questione è di darsi dello sciocco. Ma non era quello il caso. C'era qualcosa di trascendente che mi avvolgeva.
"Lars Avile Tites - chiesi allora - ti prego, spiegami perché poco o nulla gli studiosi di oggi conoscono della vostra lingua". (2 - continua)
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