Ipocrisia dietro le quinte
di Maurizio Baiata


Si è appena aperto un mese che si preannuncia denso di incontri – congressi e conferenze - e appuntamenti importanti, da non mancare per chi professi un vero interesse per le nostre tematiche e voglia approfittare di queste occasioni per aggiornarsi, documentarsi, confrontarsi con le idee altrui. Cerchiamo di approfondire, per quanto consentito da queste colonne. La cosa ci interessa sia dal punto di vista dello spettatore, sia da quello dell’organizzatore. Cosa attenderci da una conferenza, un convegno, un simposio più o meno lo sappiamo tutti. Si va lì, ci si siede, si ascolta un buon numero di relatori invitati ad esporre lo stato della loro ricerca, secondo un canovaccio – una tematica scelta dai curatori della manifestazione – quindi argomenti di attualità affrontati da punti di vista diversi e in base a studi multi disciplinari, che vanno dalla scienza alla fantascienza… Raramente lo spettatore esce di sala con la sensazione di “dejà vu”, annoiato e/o deluso, soprattutto perché chi si reca ad un convegno lo fa soprattutto sospinto dalla voglia di sapere, conoscere, e pazientemente attende le novità più interessanti. La varietà di argomenti in cartellone è molto spesso rispettata, la qualità delle relazioni – anche ad opera di studiosi stranieri – soddisfacente, eppure lo spettatore esce spesso con una sensazione di leggero malessere psicologico: che ci sia qualcosa che non va, che al di là della facciata, il dietro le quinte nasconda una realtà diversa. E’ come in una fiction, quello che vediamo in uno sceneggiato per la televisione è uno spettacolo che trae spunto spesso da una realtà, da fatti di cronaca grandi e piccoli, dal racconto di microcosmi di vita che si riflettono su quella degli altri. Gli altri, gli spettatori: a prescindere da come la vicenda vada a finire, bene o male, vi si riconoscono. Ma sanno che quella non è la realtà. E’ solo una trasposizione della realtà, una messinscena. Se ci si fa caso, oggi la TV ci dice che: le cose comunque vanno bene, che dobbiamo vederla positivamente, nel novero di un buonismo imperante, di fatto accogliente, nel senso che fa più comodo abbandonarsi alle speranze persino più smaccatamente illusorie, accettare passivamente i condizionamenti più beceri, piuttosto che, rendendosi conto del contrario, prendere coscienza e reagire. Come nella fiction, il “buonismo” impera da un po’ di tempo nelle fila degli ufologi italiani. Sfiancati, delusi, depressi, pigiati in vagoni ferroviari destinati ai lager del libero pensiero, gli ufologi fanno spesso capo ad associazioni che organizzano i convegni. Appunto. All’interno di tali organizzazioni, in linea generale, si è andato affermando negli ultimi anni il principio secondo il quale il nemico numero uno dell’Ufologia è il CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Contro il Cicap bisogna levare gli scudi e, armiamoci e partite! Prendendo bonariamente questa mia provocazione, il Cicap ha già stravinto! Sì, ha perso tutte le sue battaglie contro di noi, lasciando sul campo feriti e dispersi e non ha minimamente convinto lo spettatore TV della validità delle proprie affermazioni, neppure una volta, perché tutti vedono che si tratta di montature, di falsità belle e buone, e non c’è bisogno di fare esempi. Eppure, il Cicap ha vinto la guerra mediatica, perché in Televisione ormai il Cicap è onnipresente. Al mattino, a mezzogiorno, al pomeriggio, alla sera, ci vanno sempre! Mettiamoci l’anima in pace. Non c’è speranza di essere invitati, magari potrebbe anche capitare, ma è certo che davanti a noi, o sapientemente montato in un servizio pre-registrato, l’esperto Cicap ci sarà e l’ultima parola sarà sua, e del conduttore che in linea di massima sarà d’accordo con lui. Quindi, guerra persa. Il Cicap fa solo il suo dovere. E noi, lo facciamo, lo abbiamo fatto, il nostro dovere in questi anni? No, perché quando ci siamo avventurati in quella che credevamo fosse la “terra di nessuno” che i grandi media ci hanno indicato come percorribile, il campo era stato già minato. Qualcuno, subdolamente, aveva piazzato le mine, le aveva astutamente ricoperte con il terriccio e, una volta che uno di noi ci fosse saltato sopra, a quelli del Cicap non restava altro che raccogliere i brandelli.

Il vero nemico è la nostra divisione, una divisione che è stata raggiunta grazie alle trame, alle calunnie, ai proclami e che dietro le quinte dei congressi sugli UFO affiorano. Negli ultimi tempi (ma trattasi di un morbo radicato), proprio in vista di questo autunno così denso di interessanti congressi sugli UFO e sulle materie collegate, sono emersi “diktat”, ovvero ordini di scuderia che imponevano al singolo o a un’intera squadra di farsi da parte, di declinare inviti già accettati, ricatti (se viene quello, io non ci vengo), ma anche questioni personali, che hanno trasceso, finendo in squallide risse verbali e insulti reciproci. Ecco perché la politica del buonismo non funziona più, non può più funzionare. Perché è falsa e tendenziosa. Falsa perché in campo ufologico più si va avanti e più ci si accorge degli odi, delle tensioni che vi albergano costantemente, più lo si vuole nascondere e tacere. Tendenziosa, perché questa “teoria del nemico esterno” aggiornata all’italiana, vuole nel Cicap il nostro più feroce avversario. Ma non è così.
Il Cicap è solo un pietoso alibi. Il vero nemico è interno. Sicché, all’apertura dei lavori delle varie conferenze in programma, fra i sorrisi e i convenevoli, ci auguriamo che l’intenzione sia anche quella di fare un po’ di pulizia prima di presentarci con le facce imbellettate davanti ad un pubblico che, sempre più numeroso, ha fiducia in noi e nel nostro lavoro.

Maurizio Baiata
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