CASTEL DEL MONTE
di Francesco l'Erario, collaboratore HWH22
07 dicembre 2007


Il castello e la sua storia

Castel del Monte rappresenta uno dei più enigmatici e misteriosi monumenti italiani di epoca medievale.
La tradizione attribuisce l'edificazione di questo luogo fortificato a Federico II, l'imperatore svevo nato nel 1194, dall'unione tra Enrico VI e Costanza d'Altavilla, e morto nel 1250 presso il castello di Fiorentino a pochi chilometri da Lucera, nel foggiano.
L'unico documento storico attendibile che lega il castello alla figura dell'Imperatore è una lettera inviata da Federico, il 28 Gennaio del 1240, dalla cittadina di Gubbio a Riccardo di Montefuscolo nella quale si ordina il completamento del lastricato del castello ("castrum") presso la chiesa (oggi scomparsa) di "Sancta Maria de Mont". Proprio la mancanza di
ulteriori legami storici tra l'edificazione del castello e l'imperatore hanno scatenato, attorno alle origini del famosissimo monumento pugliese, una serie inesauribile di ipotesi, più o meno attendibili.
Questa completa mancanza di documentazione storiografica accresce naturalmente il mistero venutosi a creare attorno alla genesi di questa fortezza isolata nella campagna pugliese, un'assenza che risulta tanto più sorprendente se raffrontata alla gran quantità di testimonianze che attestano invece l'edificazione degli altri manieri federiciani disseminati nell'Italia meridionale, tra cui possiamo citare a solo titolo di esempio quelli di Catania (Castel Ursino), di Siracusa (Castel Maniace) e di Augusta.
Castel del Monte, dopo la morte di Federico, fu adibito prevalentemente a carcere e a luogo di detenzione: sembra che Manfredi, figlio dell'imperatore, vi avesse imprigionato nel 1256 alcuni rivoltosi e in seguito (nel 1266) Carlo I d'Angiò vi avesse fatto incarcerare Federico, Enrico ed Enzo, figli dello stesso Manfredi.
Nel 1552 il castello divenne proprietà dei Carafa, conti di Ruvo, i quali non potendo provvedere ai lavori di ordinaria manutenzione strutturale, abbandonarono il castello al proprio destino, dando così inizio ad un progressivo degrado e deterioramento dei locali interni e delle mura del fortilizio federiciano.
Durante il 1700, questo splendido monumento si trasformò in dimora abituale di briganti e pastori mentre l'incuria e il totale stato di abbandono incrementarono i furti e le spoliazioni a danno dell'arredo, dei magnifici marmi e delle decorazioni che ne ricoprivano interamente le 16 meravigliose stanze.
Finalmente, nel 1876, il monumento venne acquistato dallo Stato italiano per la modica cifra di 25.000 lire e vennero avviati, quasi contemporaneamente, gli interventi di manutenzione e restauro.
Gli ultimi interventi sulle strutture del castello risalgono agli ultimi anni Ottanta e oggi Castel del Monte risulta quasi completamente restituito agli splendori di un tempo, eccezion fatta per il corredo monumentale interno ed esterno depredato durante i cospicui secoli di abbandono.


Funzione e simbologia

Castel del Monte rappresenta ancor oggi un enigma per i più accreditati studiosi italiani ed esteri. Alcuni hanno visto nel castello un luogo fortificato, ma la posizione (lontana dalle principali vie di traffico e isolata in mezzo alla campagna pugliese - a lato) e la completa mancanza di strutture difensive (fossato, feritoie, caditoie, stalle per gli animali e le stesse scale a chiocciola che girano verso sinistra permettendo a chi sale l'utilizzo delle armi impugnate con la mano destra, contrariamente ad ogni logica costruttiva medievale) nonché il grado di raffinatezza dell'originario apparato monumentale (nella figura a destra, "Opus reticolatum" presente in una stanza del primo piano) sembrano lasciar cadere in partenza questa ipotesi.
Altri hanno visto in Castel del Monte una sorta di "tenuta di caccia" di Federico II, progettata appositamente per la falconeria (famoso è il trattato di Federico "De arte venandi cum avibus") ma il affronto con il castello di Gravina (sotto), progettato appositamente per tale scopo, pone forti perplessità da parte degli studiosi in merito a tale interpretazione.
Il castello (mai utilizzato da Federico e dalla sua corte) potrebbe anche essere visto come una sorta di "fabbrica ideale", un'anticipazione di modelli e tematiche costruttive rinascimentali. Purtroppo, a sfavore di una simile ipotesi depone la complessità strutturale creata appositamente per il soggiorno prolungato di più ospiti, quali ad esempio i servizi igienici (inusuali in quel periodo), i numerosi camini (nella figura a lato, ciò che resta di uno dei camini del primo piano) e le cisterne per l'acqua poste sulla sommità di cinque delle otto torri.

Castel del Monte, così come evidenziato da diversi autori (tra i quali può esser citato in primis Aldo Tavolaro), sembra più essere una sorta di "tempio laico", un luogo pregno di significati e valenze esoteriche destinato ad una specifica funzione iniziatica.
Intanto il numero otto, che ritorna ossessivamente nelle torri, nelle mura, nelle stanze e nella scomparsa recinzione esterna, sembra evidenziare precisi contenuti di tipo sacrale, strettamente correlati alla Divinità e al concetto di "mediazione" (rappresentato dall'ottagono) tra terra (quadrato) e cielo (il cerchio), così come suggerito dallo stesso Tavolaro. Franco Cardini pone l'accento sul numero otto come "numero per eccellenza del Cristo", in quanto punto di contatto tra la perfezione divina (cerchio) e perfezione umana (quadrato). Lo stesso storico fa poi riferimento all'otto come "…somma dei tre numeri-cardine 1, 2, 3 e 4 indicanti l'Unità, la trinità e la materia (quattro sono gli elementi empedoclei: fuoco, aria, acqua e terra) e adatto pertanto a poter esser assunto come numero complessivo dell'universo e del rapporto fra Dio e il Creato."(Franco Cardini, Castel del Monte, Bologna, Il Mulino, 2000, p.55).
Ed è proprio a voler sottolineare un'ideale mistico di "rinascita" spirituale che a partire dal IV secolo i fonti battesimali vengono costruiti in forma ottagonale, quasi a ricordare la commistione tra "finito" e "infinito", grazie all'acqua, simbolo di rinnovamento e purificazione: sembra che al centro del cortile di Castel del Monte (a sinistra) fosse presente, fino alla metà dell'Ottocento, una sorta di fontana ottagonale, ai cui angoli erano presenti dei "sedili" destinati ad una funzione sconosciuta, molto probabilmente legati ad una sorta di rituale iniziatico.
Nell'ottagono di Castel del Monte è inscritta la croce templare e alcuni commentatori hanno evidenziato le affinità tra il castello pugliese, la fortezza di Montsegur, in Linguadoca, ultimo baluardo della esistenza catara durante la crociata contro gli albigesi (le leggende narrano che proprio in questo castello fosse custodito il Santo Graal) e il castello di Gisors, fortezza templare nel nord della Francia, dove il "donjon", ovvero la parte centrale del castello, richiama, ancora una volta, la forma ottagonale.
I legami tra templari e Castel del Monte non si riducono certo a questo indizio: l'ottagono ritorna nelle cappelle templari a Le-puy-en-Velay in Francia, a Eunate e a Tomar in Spagna e nella chiesa di S.Giovanni al Sepolcro di Brindisi. Le sale del piano superiore di Castel del Monte hanno dei sedili in pietra (a sinistra) che cingono tutto il perimetro interno delle pareti, delle vere e proprie "sale consiliari" di impronta marcatamente monastica, molte diffuse nelle chiese templari francesi (Tavolaro fa riferimento, in particolare, alla chiesa di templare di Poggibonsi, in Toscana, dove ancora oggi esiste una delle magioni templari meglio conservate in Italia).
In una delle chiavi di volta delle sale al primo piano (ma anche all'interno della cosiddetta "Torre del Falconiere") è inoltre rappresentato un volto, in cui alcuni studiosi di esoterismo hanno voluto ravvisare il celebre "baphomet", simbolo tipicamente templare dal significato sconosciuto, utilizzato nel 1309 dagli inquisitori come capo d'accusa per incriminare i monaci guerrieri.
Le similitudini tra Gisors, Montsegur e Castel del Monte ritornano anche nei precisi allineamenti di
carattere astronomico: il castello federiciano è posto ad una latitudine particolare, per cui i quattro punti della levata e del calar del sole ai solstizi invernale ed estivo tracciano un rettangolo ideale con il castello al centro, i cui lati sono tra loro in rapporto aureo, un numero che ritorna costantemente nella geometria delle stanze e del perimetro dell'edificio (così come nella famosa piramide di Cheope). Tutto l'edificio sembra inoltre essere una sorta di immenso "gnomone" solare, che marca, attraverso l'ombra proiettata a mezzogiorno sulle pareti e sul perimetro, l'ingresso del sole nei diversi segni zodiacali.
Naturalmente, Castel del Monte è perfettamente orientato (con uno minimo scarto, probabilmente intenzionale) con i quattro punti cardinali. Così come a Montsegur, dove le diverse aperture praticate nelle poderose mura del castello avevano una precisa funzione in rapporto alla luce filtrata dal sole nei solstizi ed equinozi, anche a Castel del Monte sembra che sul muro della sala opposta all'ingresso vi fosse un bassorilievo (ancor oggi è possibile leggere al di sotto dello spazio vuoto lasciato da quest'ultimo un'enigmatica iscrizione non ancora decifrata) rappresentante una donna vestita con abiti di derivazione classica attorniata da cavalieri medievali, il quale veniva raggiunto dalla luce equinoziale filtrante dalla finestra della sala posta sopra l'ingresso. Un altro bassorilievo è presente sul lato esterno di una sala al pianterreno, molto deteriorato, raffigurante ancora una volta una donna scortata da alcuni cavalieri.
La tradizione vuole anche che Castel del Monte (o l'edificio che prima sorgeva sull'altura su cui successivamente venne eretto il castello) sia stato in passato una delle dimore del "Graal" proveniente dalla Terrasanta e diretto verso la Francia, luogo in cui ancora oggi si pensa sia custodito (e la misteriosa figura femminile scortata dai cavalieri presente nei bassorilievi potrebbe celare un riferimento alla famosa leggenda del Santo Graal, di cui i templari erano ritenuti i custodi secondo gli scritti di Volfram von Eschenbach).
Secondo Aldo Tavolaro inoltre, nel portale d'ingresso (a sinistra), costruito seguendo sempre la proporzione del numero aureo, sarebbe iscritto un pentagono stellato il quale conterrebbe a sua volta "l'uomo microcosmo" (a destra) di Agrippa di Nettesheim (1486-1535).
Quindi, citando lo stesso Tavolaro, "…sulla facciata di Castel del Monte c'è un portale che, in chiave esoterica rappresenta l'uomo." (Aldo Tavolaro, Castel del Monte e il Santo Graal, Bari. Laterza, 1994, p.43).
Per concludere, anche le sale (sia quelle del pianterreno che quelle del primo piano) sembrano condurre il visitatore ad una sorta di itinerario obbligato, rivelando così la precisa volontà ddell'architetto di Castel del Monte (quando esso era ancora riccamente decorato da statue e iscrizioni) di suggerire all’ospite una sorta di percorso iniziatico che, al piano terra, culminava nell’ottava e ultima sala (che ancora oggi contiene frammenti del pavimento originale – a sinistra) dove sono visibili, sul lastricato, alcuni grossi quadrati sovrapposti (orientati secondo i punti cardinali) con quattro cerchi posti ai vertici, i quali sembrerebbero rimandare ad una specifica simbologia rituale (a destra).


Le stanze di Castel del Monte

La Torre del Falconiere


Viene così chiamata la terza torre, il cui accesso è posto nella sesta sala del primo piano. Un'interessante particolarità è rappresentata dalla presenza di una volta tripartita (a sinistra) con uno spicchio mancante (a destra), al cui interno è presente una scala che conduce in pochi gradini (attualmente 23, un tempo 35) alla grande terrazza sovrastante.
Risulta quindi del tutto inspiegabile la funzione di una simile struttura, priva di collegamenti diretti tra piano terra e volta tripartita con il suo enigmatico accesso al terrazzo.
La leggenda vuole che Federico II avesse progettato la torre
per racchiudervi il Falco destinato alla "caccia con il falcone", disciplina di cui l'Imperatore era un grande esperto ed appassionato. Federico II scrisse addirittura un vero e proprio trattato di Falconeria (De arte venandi cum avibus) nel quale si consigliava di conservare il falco in un luogo inaccessibile alle altre persone, in posizione elevata e se possibile al buio.
Tale istruzione, data dallo stesso imperatore, ha sicuramente contribuito ad alimentare nel tempo la leggenda della Torre del Falconiere come riparo per il volatile ma ad una rilettura attenta del suo trattato emergono interessanti elementi che portano del tutto a scartare tale ipotesi.
E' pur vero che nel suo "De arte venandi cum avibus", Federico II, consiglia di mantenere il falco appena catturato in una dimora non illuminata ("…Quod assuefiat prius in domo non clara…") ma tutto questo limitatamente ad un brevissimo periodo di tempo, situazione che non giustifica assolutamente la costruzione di una simile volta finemente cesellata e scolpita: "All'inizio dell'addestramento si segua, per alcuni giorni, in una dimora buia e isolata, il metodo relativo alla somministrazione del cibo suddiviso in più beccate di cui si è detto e lo si abitui al tocco leggero delle mani sul becco, sul petto, sulle ali, sulla coda e sui piedi, fino a quando si abituerà a mangiare un po' più avidamente e già comincerà ad addomesticarsi. Poi lo si porti in una dimora non illuminata, con finestre e porte aperte in cui vi siano molti uomini che parlano, cani e molte altre cose fra cui dovrà abituarsi a vivere e che dovrà abituarsi ad ascoltare…" (Federico II di Svevia, De Arte Venandi Cum Avibus - L'arte di cacciare con gli uccelli, Edizione e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna, a cura di A. - L. Trombetti Budriesi, Bari, Ed. Laterza, 2000, pag. 403-405).
L'aspetto che comunque elimina ogni sospetto sulla disfunzionalità di tale recesso è costituito dalla pericolosità di un simile ambiente per un animale rapace di grosse dimensioni che, come il falco, necessità di ampi spazi e libertà incondizionata di movimento (chi ha potuto visitare la Torre del Falconiere potrà rendersi conto sulle ristrette e disagevoli dimensioni della cavità presente nella volta tripartita). In particolare risulta inconciliabile l'estesa apertura alare di un simile animale con le limitate dimensioni (e con la presenza di spigoli in pietra costituiti dai gradini che salgono sino al terrazzamento) del vano della volta.
Tale ambiente avrebbe potuto arrecare notevoli danni al falcone ancora sulla via dell'addomesticamento: "…(la pertica) va collocata ad una tale distanza dalle pareti della dimora del falco in modo che questo, appollaiato su di essa, non possa, agitandosi, toccare con le ali la parete stessa…" e ancora "…La pertica alta, quella bassa e il blocco vanno sistemati nelle dimore dei falchi vicino alle pareti, per non intralciare il passaggio delle persone o degli animali domestici; non devono però trovarsi così vicino ai muri che i falchi, dibattendosi, si possano ferire le penne contro le pareti…" (Federico II di Svevia, De Arte Venandi Cum Avibus - L'arte di cacciare con gli uccelli, Edizione e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna, a cura di A. - L. Trombetti Budriesi, Bari, Ed. Laterza, 2000, p. 381-285). Ci sembra quindi che tale teoria che identificherebbe la terza torre del castello con la dimora del falco sia da escludere del tutto.
Un'ipotesi che ci sentiamo invece di formulare è che la torre del Falconiere (buia e inaccessibile agli ospiti del castello) avesse la funzione di osservatorio per i fenomeni solari, nella quale isolamento e oscurità potessero assicurare le migliori condizioni di indagine per gli studiosi presenti a corte, così come avviene nei locali dei moderni osservatori astronomici dedicati all'osservazione di questo tipo di eventi (macchie e protuberanze solari).
Bisogna inoltre ricordare che, molto probabilmente, le torri, nella struttura originaria, erano molto più alte di quello che possiamo vedere oggi e che il cortile era originariamente ricoperto da una cupola che permetteva l'osservazione dei fenomeni solari all'interno dello stesso (filtrati dalle porte finestre). Soprattutto quello equinoziale che andava a colpire il bassorilievo (asportato purtroppo) sulla parete ovest.
E' necessario poi soffermarsi sull'aspetto legato alle tre mensole che reggono i costoloni della volta.
Probabilmente le due superstiti raffigurano Re Mida (a sinistra) e la moglie (l'Alma Mater - sotto) mentre la terza (oggi scalpellata e irriconoscibile) rappresentava una figura (sicuramente la più importante perché posta di fronte alla feritoia che la illumina in pieno) che riuniva i due principi (femminile e maschile) nell'Androgino, lo stato iniziale della materia ricorrente nelle pratiche alchemiche dell'epoca. L'androgino era indicato con le lettere TEMOPHAB che avevano il significato di "Templi omnium hominum pacis abbas" cioè "Padre del Tempo della Pace Universale tra gli Uomini".
La lettura al contrario di tali lettere ci fornisce un'importante indicazione. Il "BAPHOMET" era infatti l'idolo adorato dai templari,che molti vanno cercando a Castel del Monte nelle chiavi di volta delle varie sale (e confuso spesso con il Mosè della chiave di volta della prima sala del piano superiore) ma presente solo nella torre del falconiere. Un ambiente quindi carico di fascino e mistero che richiama alla memoria (ancora una volta) il profondo simbolismo e i molteplici richiami ad una Tradizione perduta nascosta nelle mura di Castel del Monte.

La sala del trono (primo piano)

La sala sovrastante l'ingresso del castello viene chiamata erroneamente la "Sala del Trono", sebbene non vi sia stato ritrovato alcun elemento che potesse far pensare ad una simile funzione.
Lungo il perimetro della stanza corrono delle panche in pietra calcarea che possono rievocare, al contrario, una sorta di ambiente monacale più adatto alla meditazione e al raccoglimento che all'esercizio del potere imperiale.
All'interno della sala (così come in tutte le altre stanze del pianterreno) è presente, alla base delle pareti e al di sopra dei sedili in pietra, una "canalina" per la raccolta dell'umidità che trasudava dalle pareti, un tempo ricoperte da preziose lastre di marmo.
Oltre tale ingegnoso meccanismo per la raccolta dell'umidità, altri elementi rimandano al simbolismo dell'acqua, un motivo estremamente ricorrente a Castel del Monte (si pensi
solo alle cisterne presenti sul terrazzo, a quella interrata sotto la pavimentazione del pianterreno e alla perduta vasca ottagonale un tempo presente nel centro esatto del cortile). Va evidenziato infatti come tutte le sale del primo piano sembrano essere state concepite (tutti i passaggi tra i vari ambienti sono separati inspiegabilmente da gradini che rendono difficoltoso il passaggio e delimitano fisicamente il piano di calpestio delle stanze) come delle grandi "vasche", ipotesi confermata dalla presenza di uno scarico esterno in ogni sala (vedi: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari, pag. 72).
Naturalmente non appare del tutto chiara la funzione di una simile pavimentazione a forma di "vasca". Giuseppe Sciannamea, nella sua opera "Castel del Monte, Un viaggio controluce" ipotizza un continuo e frequente ricorso a "lavaggi" del suolo senza tuttavia riuscirne a spiegare la causa all'origine di tale pratica (ma soprattutto, ci sentiamo di aggiungere, risulta incomprensibile l'utilizzo e il dispendio di grandi quantità d'acqua in una zona piuttosto arida come l'entroterra pugliese).
Altro curioso particolare (legato costantemente alla presenza dell'elemento acqua) osservabile all'interno di questo ambiente è l'esistenza di due tubi di rame provenienti dal soffitto, in comunicazione diretta con una delle cisterne presenti sul terrazzamento.
Infine possiamo notare la bellissima ed enigmatica chiave di volta antropomorfa (a sinistra) di questa sala raffigurante probabilmente Mosè (altri vi hanno visto un mago, un filosofo, un astrologo…), un tempo ricoperta da una preziosa doratura (anche le pupille del Mosè presentavano un tempo pietre dure ancorate alla scultura tramite supporti metallici).
Degne di nota sono anche le colonne tristili (a destra) che ornano i vertici della stanza scolpite in un raro marmo di provenienza orientale. Rimangono ancora un mistero le affascinanti venature rosse del marmo, in particolare non è stato ancora sciolto il dubbio sulla loro origine. Infatti alcuni studiosi propendono per l'ipotesi naturale altri per quella artificiale (in tal caso dovuta a particolari procedimenti di tipo chimico ancora sconosciuti).


L'ottava e ultima sala (piano terra)

L'ultima sala del pianterreno presenta alcune curiose particolarità. In primo luogo ritroviamo, tracciato sul pavimento della stanza, un misterioso motivo geometrico (vedi foto a pag.4) che potrebbe essere interpretato forse come una triplice cinta, elemento ricorrente nell'apparato simbolico medievale (triplice cinta spesso associata all'ordine templare).
All'interno di questi quadrangoli (orientati secondo i punti cardinali) possiamo notare, tracciati ai vertici, degli insoliti cerchi. Tale schema potrebbe far riferimento ad una sorta di rituale iniziatico (vedi: A. Tavolaro, Castel del Monte, Scrigno esoterico, Ed. Laterza, 1991, Bari) in cui gli adepti venivano posti nei cerchi presenti ai vertici mentre l'officiante si poneva nel centro esatto della triplice cinta.
Nella sala è inoltre presente uno dei cinque camini superstiti che, troppo piccoli per riscaldare stanze di tali ampie dimensioni, verosimilmente assolvevano la funzione di bracieri per essenze ed incensi. In quest'ottava e ultima stanza del pianterreno (ultima poiché sembra chiudere una sorta di percorso prestabilito che spinge il visitatore a passare in rigorosa successione tra le varie stanze, dall'ingresso sino a quest'ultima sala) ritroviamo anche le tracce superstiti del pavimento originale.
Tale pavimento era costituito da un mosaico composto da tessere bianche e nere che riproducevano, nella loro alternanza, un particolare simbolo conosciuto con il nome di Stella di Davide (a lato). Anche la presenza di talemotivo in questa sala non è certo casuale. Il sigillo è formato dalla "…sovrapposizione di due triangoli equilateri, uno col vertice in basso e l'altro col vertice in alto. Il triangolo equilatero col vertice in alto rappresenta il Sole, il Fuoco, la Montagna, l'Uomo. Il triangolo col vertice in basso rappresenta la Luna, l'Acqua, la Grotta, la Donna. E' chiaro che questi simboli racchiudono il mondo reale che, tuttavia, in questa sala resta fuori dal quadrato pur circondandolo…" (Aldo Tavolaro, Castel del Monte, Scrigno esoterico, Ed. Laterza, 1991, Bari, pag. 34).


Il bassorilievo perduto di Castel del Monte (primo piano)

Castel del Monte è stato più volte paragonato ad un "gigantesco gnomone solare" (lo studioso pugliese Aldo Tavolaro è stato uno dei primi ad effettuare accurate e precise misurazioni relative a quest'aspetto) ed è particolarmente interessante analizzare il fenomeno solare che si ripete ogni anno nel mese di Ottobre.
La luce infatti, penetrando attraverso una stanza del primo piano posta sopra l'ingresso, colpisce un rettangolo (ora vuoto ma un tempo contenente un misterioso bassorilievo o mosaico, saccheggiato come del resto tutto il ricco apparato monumentale del castello) presente sulla parete ovest del cortile (a sinistra).
Per poter comprendere al meglio questo fenomeno è tuttavia necessario premettere alcune indicazioni strettamente connesse alla particolare struttura del castello. In primo luogo Castel del Monte cela in sé alcune piccole asimmetrie o irregolarità osservabili solo tramite rigorosi rilevamenti di tipo astronomico o strutturale.
Castel del Monte è infatti orientato secondo i punti cardinali con uno scarto di 5° gradi. Questa piccola anomalia porta il sole a sorgere perpendicolarmente rispetto alla facciata orientale (quella del portale) 14 giorni dopo l'equinozio d'Autunno, ovvero l'otto di Ottobre (ulteriore evidente richiamo alla simbologia numerica nascosta all'interno della mura dell'edificio).
Ne consegue che il sole, sorgendo l'Otto di Ottobre a 95 gradi ad est del castello, illumina la parte centrale (attraversando una finestra e una porta finestra per poi giungere sulla parete) del rettangolo in esame (a destra).
Altra curiosa particolarità è rappresentata dal fatto che i raggi solari filtrati dalle due aperture impiegano (spostandosi da sinistra a destra) 14 giorni per attraversare l'intero
rettangolo, ovvero dal primo al quattordici di Ottobre di ogni anno (il giorno otto illuminano il centro esatto del rettangolo). Ebbene, il primo di Ottobre del calendario gregoriano corrispondeva, nell'antico calendario ebraico, al giorno otto del mese di Etanim (capodanno ebraico) e il quattordici del calendario gregoriano al 21 di quello ebraico. All'interno di questo breve periodo di tempo venivano celebrate due importantissime feste dell'anno liturgico ebraico ovvero "L'inaugurazione del Tempio" (1-7 Ottobre o 8-14 Etanim) ma soprattutto la "Festa dei Tabernacoli" (8-14 Ottobre o 15-21 Etanim) durante la quale veniva accesa la "Menorah" (il candelabro a sette bracci) che indicava la presenza di Dio nel Tempio (vedi: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari)
In tal senso allora, Castel del Monte avrebbe potuto verosimilmente rappresentare una sorta di "Tempio Universale" in cui far confluire le tre religioni monoteiste attorno ad un'unica comune Tradizione che affondava le proprie radici addirittura nell'antica cultura egizia.
La vasca ottagonale (esplicito richiamo al ri-congiungimento dell'uomo con la divinità) presente all'interno del cortile (e alimentata dalle cinque cisterne del tetto) avrebbe potuto essere destinata a misteriosi riti di iniziazione, tenendo in debito conto che il Castello, nella mente dei suoi ideatori, avrebbe anche dovuto riprodurre la grande opera finalizzata al raggiungimento della divina armonia. In sostanza l'architettura di Castel del Monte racchiuderebbe in sé il tentativo estremo di accomunare (simbolicamente e numericamente) quello "che è sotto come quello che sta sopra", ovvero il "lapis philosopharum" ricercato dagli alchimisti (che dona la vita eterna a chi lo trova) così simile, possiamo azzardare, a quella "lapsit exillis" descritta nel Perceval che ridona nuova vita alla fenice risorta dalle proprie ceneri.

Castel del Monte e le sue iscrizioni

Le mura interne ed esterne di Castel del Monte recano incise un buon numero di iscrizioni, in gran parte ancora indecifrate. La prima, e anche forse la più conosciuta, è quella che si trova lungo il muro esterno della sesta sala, ad altezza uomo (Fig.1):
Strettamente connesse a questa risultano altre due enigmatiche iscrizioni, riportanti la medesima data.
La prima si trova sempre nel cortile, a circa 13 metri dal piano di calpestio:
1566
D.S I D C.A D.
B.LO CO P P
S. MLTA DIE S
3 7bs

Per questa iscrizione G.Sciannamea (vedi: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Bari, Mario Adda Ed., 1996) propone la seguente decifrazione: "Domus inclytum dedit Carafa ducem/bello claro laudabiliter pugnantem pro/servata Melita die/tertia septembris". Ovvero: "La casa Carafa diede un inclito capitano nella famosa guerra gloriosamente combattuta per la liberazione di Malta, 3 Settembre 1566" (un riferimento alla partecipazione di Vincenzo Carafa alla guerra per la liberazione di Malta nel 1566, come cavaliere gerosolimitano).
L'altra iscrizione, datata 1566, si trova all'interno di una sala del piano terra (a destra)
Questa iscrizione, sempre secondo G.Sciannamea, proverebbe che già alla metà del 1500 dovevano essere state completamente rimosse le lastre di marmo dalle pareti (se l'iscrizione dovesse effettivamente risalire al 1566!) poichè "...la scritta è stata incisa sul paramento in origine coperto da quest'ultime" (G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Bari, Mario Adda Ed., 1996, pag. 114).





Altra iscrizione, non riportata solitamente in alcun volume sull'argomento, è quel a presente nel cortile, sull'architrave in breccia corallina di uno dei portali che permettono l'accesso alle sale (sotto)
In tal caso, essendo questa epigrafe totalmente sconosciuta sino alla pubblicazione sul presente sito, riportiamo qui sotto le poche lettere che risulta possibile identificare, astenendoci da qualsiasi interpretazione in merito:


O PAULi ANTONIO ANTON
AD 1729
Esiste poi, sempre all'interno del cortile, la testimonianza lasciata incisa molto probabilmente durante il periodo di abbandono del maniero (tra il XVIII e il XVIV sec. Castel del Monte si trasformò infatti in dimora abituale di briganti e pastori).

In tal caso è possibile identificare il nome del presunto autore ("Zingayo") e data dell'incisione ("1811").
Riportiamo infine due scritte presenti dietro i battenti della porta che dalla seconda sala del piano terra, permette l'accesso al cortile.

Nella prima sono presenti le lettere "MS" seguite da una croce mentre nel secondo caso possiamo intravedere una lettera "D" e una lettera "A" mentre una terza risulta irrimediabilmente cancellata dai colpi di uno scalpello.


Castel del Monte e il suo apparato monumentale

Del ricco apparato monumentale originario del Castello rimangono oggi scarsissime testimonianze.

Oltre alle misteriose mensole presenti come reggivolta nella "Torre del Falconiere" e alla chiave di volta antropomorfa di quella che viene comunemente chiamata "Sala del Trono" esistono pochi altri manufatti che possono solo lasciare intuire la ricchezza e lo sfarzo monumentale del castello nel suo aspetto primitivo.
Purtroppo il tempo, l'incuria, il vandalismo e i numerosi furti hanno per sempre cancellato un importante testimonianza di un universo medievale per molti aspetti ancora indecifrato. Tra le sculture superstiti del piano terra possiamo ricordare quelle presenti nella chiave di volta della settima sala, raffigurante un "Fauno" dalle orecchie appuntite (scultura ispirata probabilmente ad una divinità italica), e quelle delle chiavi di volta della quarta e quinta sala, ispirate a motivi floreali.


Esistono poi sei telamoni, splendide sculture raffiguranti degli "Atlanti", inseriti nel contesto della volta costolonata della settima torre.

Passando poi all'esterno, ritroviamo nel cortile, al di sopra del portale che permette l'accesso alla quarta sala, una statua equestre di chiara ispirazione classica.

Questa scultura, raffigurante un cavaliere con un mantello, è da identificare, secondo alcuni studiosi, con lo stesso imperatore mentre secondo altri ricercatori il manufatto avrebbe voluto semplicemente indicare l'accesso ai locali destinati alla guarnigione del castello. G. Musca (vedi: Raffaele Licinio - a cura di -, Castel del Monte: un castello medievale, Bari, Mario Adda Ed., 2002) fa notare come l'utilizzo del baldacchino a cuspide presente sopra la statua equestre sia un tema presente quasi esclusivamente nelle grandi cattedrali gotiche del nord Europa, totalmente sconosciuto nel mezzogiorno. Tale elemento potrebbe quindi confermare l'utilizzo di maestranze straniere nell'edificazione di Castel del Monte.
Sempre nel cortile è poi possibile individuare (al di sopra della porta-finestra della prima sala del piano superiore) un bassorilievo di ispirazione ellenistica, molto deteriorato, raffigurante uomini a cavallo.

Kantorowicz identifica tale scultura come una "Caccia di Meleagro", "...frequentemente rappresentata nei sarcofagi antichi, e pure in quello dove fu tumulata, nel Duomo di Palermo, Costanza d'Aragona, prima moglie di Federico II." (Ernst Kantorowicz, Federico II Imperatore, Garzanti, 1976, pag. 537).
Infine al secondo piano ritroviamo, nella seconda sala, una bellissima chiave di volta raffigurante dei basilischi annodati, un animale mitologico citato anche nella Bibbia composto da una testa di cane, corpo di volatile e coda annodata.


I misteriosi cerchi incisi della Torre del Falconiere

Nel corso della nostra ultima visita presso Castel del Monte è stato possibile documentare la presenza di tre enigmatici cerchi nella terza torre (quella comunemente chiamata "Torre del Falconiere") di cui aveva già parlato recentemente lo studioso Aldo Tavolaro. I tre cerchi risultano incisi nei gradini e solo uno di questi è posto in corrispondenza di una feritoia.
Le immagini sono qui inserite senza alcun commento in merito, nella speranza che i lettori possano trarre le loro conclusioni liberamente e senza alcun preconcetto sulla natura dei misteriosi segni




Crediti e Bibliografia
- Franco Cardini, Castel del Monte, Bologna, Il mulino, 2000
- Aldo Tavolaro, Castel del Monte e il Santo Graal, Bari, Laterza, 1994
- A. Tavolaro, Castel del Monte, Scrigno esoterico, Bari, Ed. Laterza, 1991
- G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Bari, Mario Adda Ed., 1996
- S.Mola (a cura di), Castel del Monte, Bari, Mario Adda Ed.,1991
- A. Tavolaro, Il mito solare, Bari, Ed. Laterza, 1995
- A. Tavolaro, Castel del Monte e il segreto dei Templari, Bari, Ed. Laterza, 1991 (romanzo)
- Nedim R. Vlora - Gaetano Mongelli, Dalla Valle del Nilo a Federico II di Svevia, Bari, Mario Adda Ed., 1995
- Federico II di Svevia, De Arte Venandi Cum Avibus - L'arte di cacciare con gli uccelli, Edizione e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna, a cura di A, L. Trombetti Budriesi, Bari, Ed. Laterza, 2000.
- Ernst Kantorowicz, Federico II Imperatore, Garzanti, 1976
- Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte: un castello medievale, Bari, Mario Adda Ed., 2002

Immagini
- Figura a pag.8 - Le Stanze - Il Bassorilievo Perduto: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari
- Figura a pag.8 - Le Stanze - L'Ottava e Ultima Sala: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari