Il castello e la sua storia
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Castel del Monte rappresenta uno dei più enigmatici e misteriosi
monumenti italiani di epoca medievale.
La tradizione attribuisce l'edificazione di questo luogo fortificato a
Federico II, l'imperatore svevo nato nel 1194, dall'unione tra
Enrico VI e Costanza d'Altavilla, e morto nel 1250 presso il castello
di Fiorentino a pochi chilometri da Lucera, nel foggiano.
L'unico documento storico attendibile che lega il castello alla figura
dell'Imperatore è una lettera inviata da Federico, il 28 Gennaio del 1240, dalla cittadina di
Gubbio a Riccardo di Montefuscolo nella quale si ordina il completamento del lastricato del
castello ("castrum") presso la chiesa (oggi scomparsa) di "Sancta Maria de Mont". Proprio
la mancanza di
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ulteriori legami storici tra l'edificazione del castello e l'imperatore hanno
scatenato, attorno alle origini del famosissimo monumento pugliese, una serie inesauribile
di ipotesi, più o meno attendibili.
Questa completa mancanza di documentazione storiografica accresce
naturalmente il mistero venutosi a creare attorno alla genesi di questa
fortezza isolata nella campagna pugliese, un'assenza che risulta tanto
più sorprendente se raffrontata alla gran quantità di testimonianze che
attestano invece l'edificazione degli altri manieri federiciani disseminati
nell'Italia meridionale, tra cui possiamo citare a solo titolo di esempio
quelli di Catania (Castel Ursino), di Siracusa (Castel Maniace) e di
Augusta.
Castel del Monte, dopo la morte di Federico, fu adibito
prevalentemente a carcere e a luogo di detenzione: sembra che
Manfredi, figlio dell'imperatore, vi avesse imprigionato nel 1256 alcuni
rivoltosi e in seguito (nel 1266) Carlo I d'Angiò vi avesse fatto incarcerare Federico, Enrico
ed Enzo, figli dello stesso Manfredi.
Nel 1552 il castello divenne proprietà dei Carafa, conti di Ruvo, i quali non potendo
provvedere ai lavori di ordinaria manutenzione strutturale, abbandonarono il castello al
proprio destino, dando così inizio ad un progressivo degrado e deterioramento dei locali
interni e delle mura del fortilizio federiciano.
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Durante il 1700, questo splendido monumento si trasformò in
dimora abituale di briganti e pastori mentre l'incuria e il totale
stato di abbandono incrementarono i furti e le spoliazioni a danno
dell'arredo, dei magnifici marmi e delle decorazioni che ne
ricoprivano interamente le 16 meravigliose stanze.
Finalmente, nel 1876, il monumento venne acquistato dallo Stato
italiano per la modica cifra di 25.000 lire e vennero avviati, quasi
contemporaneamente, gli interventi di manutenzione e restauro.
Gli ultimi interventi sulle strutture del castello risalgono agli ultimi anni Ottanta e oggi
Castel del Monte risulta quasi completamente restituito agli splendori di un tempo,
eccezion fatta per il corredo monumentale interno ed esterno depredato durante i cospicui
secoli di abbandono.
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Funzione e simbologia
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Castel del Monte rappresenta ancor oggi un enigma per i più
accreditati studiosi italiani ed esteri. Alcuni hanno visto nel castello
un luogo fortificato, ma la posizione (lontana dalle principali vie di
traffico e isolata in mezzo alla campagna pugliese - a lato) e la
completa mancanza di strutture difensive (fossato, feritoie,
caditoie, stalle per gli animali e le stesse scale a chiocciola che
girano verso sinistra permettendo a chi sale l'utilizzo delle armi
impugnate con la mano destra, contrariamente ad ogni logica
costruttiva medievale) nonché il grado di raffinatezza
dell'originario apparato monumentale (nella figura a destra,
"Opus reticolatum" presente in una stanza del primo piano)
sembrano lasciar cadere in partenza questa ipotesi.
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Altri hanno visto in Castel del Monte una sorta di "tenuta di
caccia" di Federico II, progettata appositamente per la
falconeria (famoso è il trattato di Federico "De arte venandi cum avibus") ma il
affronto con il castello di Gravina (sotto), progettato appositamente per tale scopo, pone forti perplessità
da parte degli studiosi in merito a tale interpretazione.
Il castello (mai utilizzato da Federico e dalla sua corte) potrebbe
anche essere visto come una sorta di "fabbrica ideale",
un'anticipazione di modelli e tematiche costruttive rinascimentali.
Purtroppo, a sfavore di una simile ipotesi depone la complessità
strutturale creata appositamente per il
soggiorno prolungato di più ospiti, quali ad
esempio i servizi igienici (inusuali in quel
periodo), i numerosi camini (nella figura a
lato, ciò che resta di uno dei camini del primo piano) e le cisterne
per l'acqua poste sulla sommità di cinque delle otto torri.
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Castel del Monte, così come evidenziato da diversi autori (tra i quali
può esser citato in primis Aldo Tavolaro), sembra più essere una
sorta di "tempio laico", un luogo pregno di significati e valenze
esoteriche destinato ad una specifica funzione iniziatica.
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Intanto il numero otto, che ritorna
ossessivamente nelle torri, nelle mura, nelle stanze e nella
scomparsa recinzione esterna, sembra evidenziare precisi
contenuti di tipo sacrale, strettamente correlati alla Divinità e al
concetto di "mediazione" (rappresentato dall'ottagono) tra terra
(quadrato) e cielo (il cerchio), così come suggerito dallo stesso
Tavolaro. Franco Cardini pone l'accento sul numero otto come
"numero per eccellenza del Cristo", in quanto punto di contatto tra
la perfezione divina (cerchio) e perfezione umana (quadrato). Lo
stesso storico fa poi riferimento all'otto come "…somma dei tre numeri-cardine 1, 2, 3 e 4
indicanti l'Unità, la trinità e la materia (quattro sono gli elementi empedoclei: fuoco, aria,
acqua e terra) e adatto pertanto a poter esser assunto come numero complessivo
dell'universo e del rapporto fra Dio e il Creato."(Franco Cardini, Castel del Monte, Bologna,
Il Mulino, 2000, p.55).
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Ed è proprio a voler sottolineare un'ideale mistico di "rinascita"
spirituale che a partire dal IV secolo i fonti battesimali vengono costruiti
in forma ottagonale, quasi a ricordare la commistione tra "finito" e
"infinito", grazie all'acqua, simbolo di rinnovamento e purificazione:
sembra che al centro del cortile di Castel del Monte (a sinistra) fosse
presente, fino alla metà dell'Ottocento, una sorta di fontana ottagonale,
ai cui angoli erano presenti dei "sedili" destinati ad una funzione
sconosciuta, molto probabilmente legati ad una sorta di rituale
iniziatico.
Nell'ottagono di Castel del Monte è inscritta la croce templare e alcuni
commentatori hanno evidenziato le affinità tra il castello pugliese, la
fortezza di Montsegur, in Linguadoca, ultimo baluardo della
esistenza catara durante la crociata contro gli albigesi (le leggende narrano che proprio in questo castello fosse
custodito il Santo Graal) e il castello di Gisors, fortezza templare nel nord della Francia,
dove il "donjon", ovvero la parte centrale del castello, richiama, ancora una volta, la forma
ottagonale.
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I legami tra templari e Castel del Monte non si riducono certo a questo
indizio: l'ottagono ritorna nelle cappelle templari a Le-puy-en-Velay in
Francia, a Eunate e a Tomar in Spagna e nella chiesa di S.Giovanni al
Sepolcro di Brindisi. Le sale del piano superiore di Castel del Monte
hanno dei sedili in pietra (a sinistra) che cingono tutto il perimetro
interno delle pareti, delle vere e proprie "sale consiliari" di impronta
marcatamente monastica, molte diffuse nelle chiese templari francesi
(Tavolaro fa riferimento, in particolare, alla chiesa di templare di
Poggibonsi, in Toscana, dove ancora oggi esiste una delle magioni
templari meglio conservate in Italia).
In una delle chiavi di volta delle sale al primo piano (ma anche
all'interno della cosiddetta "Torre del Falconiere") è inoltre rappresentato un volto, in cui
alcuni studiosi di esoterismo hanno voluto ravvisare il celebre "baphomet", simbolo
tipicamente templare dal significato sconosciuto, utilizzato nel 1309 dagli inquisitori come
capo d'accusa per incriminare i monaci guerrieri.
Le similitudini tra Gisors, Montsegur e Castel del Monte ritornano anche nei precisi
allineamenti di
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carattere astronomico: il castello federiciano è posto ad una latitudine
particolare, per cui i quattro punti della levata e del calar del sole ai solstizi invernale ed
estivo tracciano un rettangolo ideale con il castello al centro, i cui lati sono tra loro in
rapporto aureo, un numero che ritorna costantemente nella geometria delle stanze e del
perimetro dell'edificio (così come nella famosa piramide di Cheope).
Tutto l'edificio sembra inoltre essere una sorta di immenso "gnomone" solare, che marca,
attraverso l'ombra proiettata a mezzogiorno sulle pareti e sul perimetro, l'ingresso del sole
nei diversi segni zodiacali.
Naturalmente, Castel del Monte è perfettamente orientato (con uno minimo scarto,
probabilmente intenzionale) con i quattro punti cardinali.
Così come a Montsegur, dove le diverse aperture praticate nelle poderose mura del
castello avevano una precisa funzione in rapporto alla luce filtrata dal sole nei solstizi ed
equinozi, anche a Castel del Monte sembra che sul muro della sala opposta all'ingresso vi
fosse un bassorilievo (ancor oggi è possibile leggere al di sotto dello spazio vuoto lasciato
da quest'ultimo un'enigmatica iscrizione non ancora decifrata) rappresentante una donna
vestita con abiti di derivazione classica attorniata da cavalieri medievali, il quale veniva
raggiunto dalla luce equinoziale filtrante dalla finestra della sala posta sopra l'ingresso. Un
altro bassorilievo è presente sul lato esterno di una sala al pianterreno, molto deteriorato,
raffigurante ancora una volta una donna scortata da alcuni cavalieri.
La tradizione vuole anche che Castel del Monte (o l'edificio che prima sorgeva sull'altura su
cui successivamente venne eretto il castello) sia stato in passato una delle dimore del
"Graal" proveniente dalla Terrasanta e diretto verso la Francia, luogo in cui ancora oggi si
pensa sia custodito (e la misteriosa figura femminile scortata dai cavalieri presente nei
bassorilievi potrebbe celare un riferimento alla famosa leggenda del Santo Graal, di cui i
templari erano ritenuti i custodi secondo gli scritti di Volfram von Eschenbach).
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Secondo Aldo Tavolaro inoltre, nel portale d'ingresso (a sinistra),
costruito seguendo sempre la proporzione del numero aureo,
sarebbe iscritto un pentagono stellato il
quale conterrebbe a sua volta "l'uomo
microcosmo" (a destra) di Agrippa di
Nettesheim (1486-1535). Quindi, citando lo
stesso Tavolaro, "…sulla facciata di Castel
del Monte c'è un portale che, in chiave esoterica rappresenta
l'uomo." (Aldo Tavolaro, Castel del Monte e il Santo Graal, Bari. Laterza, 1994, p.43).
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Per concludere, anche le sale (sia quelle del pianterreno che quelle
del primo piano) sembrano condurre il visitatore ad una sorta di itinerario
obbligato, rivelando così la precisa volontà ddell'architetto di Castel
del Monte (quando esso era ancora riccamente decorato da statue
e iscrizioni) di suggerire all’ospite una sorta di percorso iniziatico
che, al piano terra, culminava nell’ottava e ultima sala (che ancora oggi contiene
frammenti del pavimento originale – a
sinistra) dove sono visibili, sul lastricato,
alcuni grossi quadrati sovrapposti (orientati secondo i punti
cardinali) con quattro cerchi posti ai vertici, i quali
sembrerebbero rimandare ad una specifica simbologia rituale (a
destra).
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Le stanze di Castel del Monte
La Torre del Falconiere
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Viene così chiamata la terza torre, il cui accesso è posto nella sesta
sala del primo piano. Un'interessante particolarità è
rappresentata dalla presenza di una volta
tripartita (a sinistra) con uno spicchio
mancante (a destra), al cui interno è
presente una scala che conduce in pochi
gradini (attualmente 23, un tempo 35)
alla grande terrazza sovrastante.
Risulta quindi del tutto inspiegabile la funzione di una simile struttura, priva di
collegamenti diretti tra piano terra e volta tripartita con il suo enigmatico accesso al
terrazzo.
La leggenda vuole che Federico II avesse progettato la torre
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per racchiudervi il Falco
destinato alla "caccia con il falcone", disciplina di cui l'Imperatore era un grande esperto
ed appassionato.
Federico II scrisse addirittura un vero e proprio trattato di Falconeria (De arte venandi
cum avibus) nel quale si consigliava di conservare il falco in un luogo inaccessibile alle
altre persone, in posizione elevata e se possibile al buio.
Tale istruzione, data dallo stesso imperatore, ha sicuramente contribuito ad alimentare nel
tempo la leggenda della Torre del Falconiere come riparo per il volatile ma ad una rilettura
attenta del suo trattato emergono interessanti elementi che portano del tutto a scartare
tale ipotesi.
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E' pur vero che nel suo "De arte venandi cum avibus", Federico II,
consiglia di mantenere il falco appena catturato in una dimora non
illuminata ("…Quod assuefiat prius in domo non clara…") ma tutto
questo limitatamente ad un brevissimo periodo di tempo, situazione
che non giustifica assolutamente la costruzione di una simile volta
finemente cesellata e scolpita: "All'inizio dell'addestramento si segua,
per alcuni giorni, in una dimora buia e isolata, il metodo relativo alla
somministrazione del cibo suddiviso in più beccate di cui si è detto e
lo si abitui al tocco leggero delle mani sul becco, sul petto, sulle ali,
sulla coda e sui piedi, fino a quando si abituerà a mangiare un po' più
avidamente e già comincerà ad addomesticarsi. Poi lo si porti in una
dimora non illuminata, con finestre e porte aperte in cui vi siano molti
uomini che parlano, cani e molte altre cose fra cui dovrà abituarsi a vivere e che dovrà
abituarsi ad ascoltare…" (Federico II di Svevia, De Arte Venandi Cum Avibus - L'arte di
cacciare con gli uccelli, Edizione e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca
Universitaria di Bologna, a cura di A. - L. Trombetti Budriesi, Bari, Ed. Laterza, 2000, pag.
403-405).
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L'aspetto che comunque elimina ogni sospetto sulla disfunzionalità di tale recesso è
costituito dalla pericolosità di un simile ambiente per un animale rapace di grosse
dimensioni che, come il falco, necessità di ampi spazi e libertà incondizionata di
movimento (chi ha potuto visitare la Torre del Falconiere potrà rendersi conto sulle
ristrette e disagevoli dimensioni della cavità presente nella volta tripartita). In particolare
risulta inconciliabile l'estesa apertura alare di un simile animale con le limitate dimensioni
(e con la presenza di spigoli in pietra costituiti dai gradini che salgono sino al
terrazzamento) del vano della volta.
Tale ambiente avrebbe potuto arrecare notevoli danni al falcone ancora sulla via
dell'addomesticamento: "…(la pertica) va collocata ad una tale distanza dalle pareti della
dimora del falco in modo che questo, appollaiato su di essa, non possa, agitandosi,
toccare con le ali la parete stessa…" e ancora "…La pertica alta, quella bassa e il blocco
vanno sistemati nelle dimore dei falchi vicino alle pareti, per non intralciare il passaggio
delle persone o degli animali domestici; non devono però trovarsi così vicino ai muri che i
falchi, dibattendosi, si possano ferire le penne contro le pareti…" (Federico II di Svevia, De
Arte Venandi Cum Avibus - L'arte di cacciare con gli uccelli, Edizione e traduzione italiana
del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna, a cura di A. - L. Trombetti
Budriesi, Bari, Ed. Laterza, 2000, p. 381-285).
Ci sembra quindi che tale teoria che identificherebbe la terza torre del castello con la
dimora del falco sia da escludere del tutto.
Un'ipotesi che ci sentiamo invece di formulare è che la torre del Falconiere (buia e
inaccessibile agli ospiti del castello) avesse la funzione di osservatorio per i fenomeni
solari, nella quale isolamento e oscurità potessero assicurare le migliori condizioni di
indagine per gli studiosi presenti a corte, così come avviene nei locali dei moderni
osservatori astronomici dedicati all'osservazione di questo tipo di eventi (macchie e
protuberanze solari).
Bisogna inoltre ricordare che, molto probabilmente, le torri, nella struttura originaria,
erano molto più alte di quello che possiamo vedere oggi e che il cortile era originariamente
ricoperto da una cupola che permetteva l'osservazione dei fenomeni solari all'interno dello
stesso (filtrati dalle porte finestre). Soprattutto quello equinoziale che andava a colpire il
bassorilievo (asportato purtroppo) sulla parete ovest.
E' necessario poi soffermarsi sull'aspetto legato alle tre mensole che reggono i costoloni
della volta.
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Probabilmente le due superstiti raffigurano Re Mida (a sinistra) e
la moglie (l'Alma Mater - sotto) mentre la terza (oggi scalpellata e
irriconoscibile) rappresentava una figura (sicuramente la più
importante perché posta di fronte alla
feritoia che la illumina in pieno) che
riuniva i due principi (femminile e
maschile) nell'Androgino, lo stato
iniziale della materia ricorrente nelle
pratiche alchemiche dell'epoca.
L'androgino era indicato con le lettere TEMOPHAB che avevano
il significato di "Templi omnium hominum pacis abbas" cioè
"Padre del Tempo della Pace Universale tra gli Uomini".
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La lettura al contrario di tali lettere ci fornisce un'importante indicazione.
Il "BAPHOMET" era infatti l'idolo adorato dai templari,che molti vanno cercando a Castel
del Monte nelle chiavi di volta delle varie sale (e confuso spesso con il Mosè della chiave di
volta della prima sala del piano superiore) ma presente solo nella torre del falconiere.
Un ambiente quindi carico di fascino e mistero che richiama alla memoria (ancora una
volta) il profondo simbolismo e i molteplici richiami ad una Tradizione perduta nascosta
nelle mura di Castel del Monte.
La sala del trono (primo piano)
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La sala sovrastante l'ingresso del castello viene chiamata
erroneamente la "Sala del Trono", sebbene non vi sia stato
ritrovato alcun elemento che potesse far pensare ad una simile
funzione.
Lungo il perimetro della stanza corrono delle panche in pietra
calcarea che possono rievocare, al contrario, una sorta di ambiente
monacale più adatto alla meditazione e al raccoglimento che
all'esercizio del potere imperiale.
All'interno della sala (così come in tutte le altre stanze del pianterreno) è presente, alla
base delle pareti e al di sopra dei sedili in pietra, una "canalina" per la raccolta dell'umidità
che trasudava dalle pareti, un tempo ricoperte da preziose lastre di marmo.
Oltre tale ingegnoso meccanismo per la raccolta dell'umidità, altri elementi rimandano al
simbolismo dell'acqua, un motivo estremamente ricorrente a Castel del Monte (si pensi
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solo alle cisterne presenti sul terrazzo, a quella interrata sotto la pavimentazione del
pianterreno e alla perduta vasca ottagonale un tempo presente nel centro esatto del
cortile). Va evidenziato infatti come tutte le sale del primo piano sembrano essere state concepite
(tutti i passaggi tra i vari ambienti sono separati inspiegabilmente da gradini che rendono
difficoltoso il passaggio e delimitano fisicamente il piano di calpestio delle stanze) come
delle grandi "vasche", ipotesi confermata dalla presenza di uno scarico esterno in ogni sala
(vedi: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996,
Bari, pag. 72).
Naturalmente non appare del tutto chiara la funzione di una simile pavimentazione a
forma di "vasca". Giuseppe Sciannamea, nella sua opera "Castel del Monte, Un viaggio
controluce" ipotizza un continuo e frequente ricorso a "lavaggi" del suolo senza tuttavia
riuscirne a spiegare la causa all'origine di tale pratica (ma soprattutto, ci sentiamo di
aggiungere, risulta incomprensibile l'utilizzo e il dispendio di grandi quantità d'acqua in una
zona piuttosto arida come l'entroterra pugliese).
Altro curioso particolare (legato costantemente alla presenza dell'elemento acqua)
osservabile all'interno di questo ambiente è l'esistenza di due tubi di rame provenienti dal
soffitto, in comunicazione diretta con una delle cisterne presenti sul terrazzamento.
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Infine possiamo notare la bellissima ed enigmatica chiave di volta
antropomorfa (a sinistra) di questa sala raffigurante probabilmente
Mosè (altri vi hanno visto un mago, un filosofo, un astrologo…), un
tempo ricoperta da una preziosa doratura (anche le pupille del
Mosè presentavano un tempo pietre dure
ancorate alla scultura tramite supporti
metallici).
Degne di nota sono anche le colonne tristili (a
destra) che ornano i vertici della stanza scolpite in un raro marmo di
provenienza orientale. Rimangono ancora un mistero le affascinanti
venature rosse del marmo, in particolare non è stato ancora sciolto il
dubbio sulla loro origine. Infatti alcuni studiosi propendono per l'ipotesi
naturale altri per quella artificiale (in tal caso dovuta a particolari
procedimenti di tipo chimico ancora sconosciuti).
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L'ottava e ultima sala (piano terra)
L'ultima sala del pianterreno presenta alcune curiose particolarità.
In primo luogo ritroviamo, tracciato sul pavimento della stanza, un misterioso motivo
geometrico (vedi foto a pag.4) che potrebbe essere interpretato forse come una triplice
cinta, elemento ricorrente nell'apparato simbolico medievale (triplice cinta spesso
associata all'ordine templare).
All'interno di questi quadrangoli (orientati secondo i punti cardinali) possiamo notare,
tracciati ai vertici, degli insoliti cerchi. Tale schema potrebbe far riferimento ad una sorta
di rituale iniziatico (vedi: A. Tavolaro, Castel del Monte, Scrigno esoterico, Ed. Laterza,
1991, Bari) in cui gli adepti venivano posti nei cerchi presenti ai vertici mentre l'officiante
si poneva nel centro esatto della triplice cinta.
Nella sala è inoltre presente uno dei cinque camini superstiti che, troppo piccoli per
riscaldare stanze di tali ampie dimensioni, verosimilmente assolvevano la funzione di
bracieri per essenze ed incensi.
In quest'ottava e ultima stanza del pianterreno (ultima poiché sembra chiudere una sorta
di percorso prestabilito che spinge il visitatore a passare in rigorosa successione tra le
varie stanze, dall'ingresso sino a quest'ultima sala) ritroviamo anche le tracce superstiti del
pavimento originale.
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Tale pavimento era costituito da un mosaico composto da tessere
bianche e nere che riproducevano, nella loro alternanza, un
particolare simbolo conosciuto con il nome di Stella di Davide (a
lato).
Anche la presenza di talemotivo in questa sala non è certo casuale.
Il sigillo è formato dalla "…sovrapposizione di due triangoli
equilateri, uno col vertice in basso e l'altro col vertice in alto. Il
triangolo equilatero col vertice in alto rappresenta il Sole, il Fuoco, la Montagna, l'Uomo. Il
triangolo col vertice in basso rappresenta la Luna, l'Acqua, la Grotta, la Donna. E' chiaro
che questi simboli racchiudono il mondo reale che, tuttavia, in questa sala resta fuori dal
quadrato pur circondandolo…" (Aldo Tavolaro, Castel del Monte, Scrigno esoterico, Ed.
Laterza, 1991, Bari, pag. 34).
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Il bassorilievo perduto di Castel del Monte (primo piano)
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Castel del Monte è stato più volte paragonato ad un "gigantesco gnomone
solare" (lo studioso pugliese Aldo Tavolaro è stato uno dei primi ad
effettuare accurate e precise misurazioni relative a quest'aspetto) ed è
particolarmente interessante analizzare il fenomeno solare che si ripete
ogni anno nel mese di Ottobre.
La luce infatti, penetrando attraverso una stanza del primo piano posta
sopra l'ingresso, colpisce un rettangolo (ora vuoto ma un tempo
contenente un misterioso bassorilievo o mosaico, saccheggiato come del
resto tutto il ricco apparato monumentale del castello) presente sulla
parete ovest del cortile (a sinistra).
Per poter comprendere al meglio questo fenomeno è tuttavia necessario
premettere alcune indicazioni strettamente connesse alla particolare struttura del castello.
In primo luogo Castel del Monte cela in sé alcune piccole asimmetrie o irregolarità
osservabili solo tramite rigorosi rilevamenti di tipo astronomico o strutturale.
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Castel del Monte è infatti orientato secondo i punti cardinali con uno scarto di 5° gradi.
Questa piccola anomalia porta il sole a sorgere perpendicolarmente rispetto alla facciata
orientale (quella del portale) 14 giorni dopo l'equinozio
d'Autunno, ovvero l'otto di Ottobre (ulteriore evidente
richiamo alla simbologia numerica nascosta all'interno della
mura dell'edificio).
Ne consegue che il sole, sorgendo l'Otto di Ottobre a 95 gradi
ad est del castello, illumina la parte centrale (attraversando
una finestra e una porta finestra per poi giungere sulla
parete) del rettangolo in esame (a destra).
Altra curiosa particolarità è rappresentata dal fatto che i raggi solari filtrati dalle due aperture impiegano (spostandosi da
sinistra a destra) 14 giorni per attraversare l'intero
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rettangolo, ovvero dal primo al quattordici di Ottobre di ogni anno (il giorno otto illuminano il centro esatto del rettangolo).
Ebbene, il primo di Ottobre del calendario gregoriano corrispondeva, nell'antico calendario ebraico, al giorno otto del mese
di Etanim (capodanno ebraico) e il quattordici del
calendario gregoriano al 21 di quello ebraico. All'interno di questo breve periodo di tempo
venivano celebrate due importantissime feste dell'anno liturgico ebraico ovvero
"L'inaugurazione del Tempio" (1-7 Ottobre o 8-14 Etanim) ma soprattutto la "Festa dei
Tabernacoli" (8-14 Ottobre o 15-21 Etanim) durante la quale veniva accesa la "Menorah"
(il candelabro a sette bracci) che indicava la presenza di Dio nel Tempio (vedi: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un
viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari)
In tal senso allora, Castel del Monte avrebbe potuto verosimilmente rappresentare una sorta di "Tempio Universale"
in cui far confluire le tre religioni monoteiste attorno ad
un'unica comune Tradizione che affondava le proprie radici addirittura nell'antica cultura egizia.
La vasca ottagonale (esplicito richiamo al ri-congiungimento dell'uomo con la divinità)
presente all'interno del cortile (e alimentata dalle cinque cisterne del tetto) avrebbe potuto essere destinata a misteriosi
riti di iniziazione, tenendo in debito conto che il Castello, nella mente dei suoi ideatori, avrebbe anche dovuto riprodurre
la grande opera finalizzata al raggiungimento della divina armonia. In sostanza l'architettura di Castel del Monte
racchiuderebbe in sé il tentativo estremo di accomunare (simbolicamente e
numericamente) quello "che è sotto come quello che sta sopra", ovvero il "lapis philosopharum" ricercato dagli
alchimisti (che dona la vita eterna a chi lo trova) così
simile, possiamo azzardare, a quella "lapsit exillis" descritta nel Perceval che ridona nuova vita alla fenice risorta
dalle proprie ceneri.
Castel del Monte e le sue iscrizioni
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Le mura interne ed esterne di Castel del Monte recano incise un buon numero di iscrizioni,
in gran parte ancora indecifrate.
La prima, e anche forse la più conosciuta, è quella che si trova lungo il muro esterno della
sesta sala, ad altezza uomo (Fig.1):
Strettamente connesse a questa risultano altre due enigmatiche iscrizioni, riportanti la
medesima data.
La prima si trova sempre nel cortile, a circa 13 metri dal piano di calpestio:
1566
D.S I D C.A D.
B.LO CO P P
S. MLTA DIE S
3 7bs
Per questa iscrizione G.Sciannamea (vedi: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio
controluce, Bari, Mario Adda Ed., 1996) propone la seguente decifrazione: "Domus
inclytum dedit Carafa ducem/bello claro laudabiliter pugnantem pro/servata Melita
die/tertia septembris". Ovvero: "La casa Carafa diede un inclito capitano nella famosa
guerra gloriosamente combattuta per la liberazione di Malta, 3 Settembre 1566" (un
riferimento alla partecipazione di Vincenzo Carafa alla guerra per la liberazione di Malta nel
1566, come cavaliere gerosolimitano).
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L'altra iscrizione, datata 1566, si trova all'interno di una sala del piano terra (a destra)
Questa iscrizione, sempre secondo G.Sciannamea, proverebbe che già alla metà del 1500
dovevano essere state completamente rimosse le lastre di marmo dalle pareti (se
l'iscrizione dovesse effettivamente risalire al 1566!) poichè "...la scritta è stata incisa sul
paramento in origine coperto da quest'ultime" (G. Sciannamea, Castel del Monte, Un
viaggio controluce, Bari, Mario Adda Ed., 1996, pag. 114).
Altra iscrizione, non riportata solitamente in alcun volume sull'argomento, è quel a
presente nel cortile, sull'architrave in breccia corallina di uno dei portali che permettono
l'accesso alle sale (sotto)
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In tal caso, essendo questa epigrafe totalmente sconosciuta sino alla pubblicazione sul
presente sito, riportiamo qui sotto le poche lettere che risulta possibile identificare,
astenendoci da qualsiasi interpretazione in merito:
O PAULi ANTONIO ANTON
AD 1729
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Esiste poi, sempre all'interno del cortile, la testimonianza lasciata incisa molto
probabilmente durante il periodo di abbandono del maniero (tra il XVIII e il XVIV sec.
Castel del Monte si trasformò infatti in dimora abituale di briganti e pastori).
In tal caso è possibile identificare il nome del presunto autore ("Zingayo") e data
dell'incisione ("1811").
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Riportiamo infine due scritte presenti dietro i battenti della porta
che dalla seconda sala del piano terra, permette l'accesso al cortile.
Nella prima sono presenti le lettere "MS" seguite da una croce mentre nel secondo caso
possiamo intravedere una lettera "D" e una lettera "A" mentre una terza risulta
irrimediabilmente cancellata dai colpi di uno scalpello.
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Castel del Monte e il suo apparato monumentale
Del ricco apparato monumentale originario del Castello rimangono oggi scarsissime
testimonianze.
Oltre alle misteriose mensole presenti come reggivolta nella "Torre del Falconiere" e alla
chiave di volta antropomorfa di quella che viene comunemente chiamata "Sala del Trono"
esistono pochi altri manufatti che possono solo lasciare intuire la ricchezza e lo
sfarzo monumentale del castello nel suo aspetto primitivo.
Purtroppo il tempo, l'incuria, il vandalismo e i numerosi furti hanno
per sempre cancellato
un importante testimonianza di un universo medievale per molti aspetti ancora indecifrato.
Tra le sculture superstiti del piano terra possiamo ricordare quelle presenti nella chiave di
volta della settima sala, raffigurante un "Fauno" dalle orecchie appuntite (scultura ispirata
probabilmente ad una divinità italica),
e quelle delle chiavi di volta della quarta e quinta sala, ispirate a motivi floreali.
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Esistono poi sei telamoni, splendide sculture raffiguranti degli "Atlanti", inseriti nel contesto
della volta costolonata della settima torre.
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Passando poi all'esterno, ritroviamo nel cortile, al di sopra del portale che permette
l'accesso alla quarta sala, una statua equestre di chiara ispirazione classica.
Questa scultura, raffigurante un cavaliere con un mantello, è da identificare, secondo
alcuni studiosi, con lo stesso imperatore mentre secondo altri ricercatori il manufatto
avrebbe voluto semplicemente indicare l'accesso ai locali destinati alla guarnigione del
castello.
G. Musca (vedi: Raffaele Licinio - a cura di -, Castel del Monte: un castello medievale, Bari,
Mario Adda Ed., 2002) fa notare come l'utilizzo del baldacchino a cuspide presente sopra
la statua equestre sia un tema presente quasi esclusivamente nelle grandi cattedrali
gotiche del nord Europa, totalmente sconosciuto nel mezzogiorno. Tale elemento potrebbe
quindi confermare l'utilizzo di maestranze straniere nell'edificazione di Castel del Monte.
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Sempre nel cortile è poi possibile individuare (al di sopra della porta-finestra della prima
sala del piano superiore) un bassorilievo di ispirazione ellenistica, molto deteriorato,
raffigurante uomini a cavallo.
Kantorowicz identifica tale scultura come una "Caccia di Meleagro", "...frequentemente
rappresentata nei sarcofagi antichi, e pure in quello dove fu tumulata, nel Duomo di
Palermo, Costanza d'Aragona, prima moglie di Federico II." (Ernst Kantorowicz, Federico II
Imperatore, Garzanti, 1976, pag. 537).
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Infine al secondo piano ritroviamo, nella seconda sala, una bellissima chiave di volta
raffigurante dei basilischi annodati, un animale mitologico citato anche nella Bibbia
composto da una testa di cane, corpo di volatile e coda annodata.
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I misteriosi cerchi incisi della Torre del Falconiere
Nel corso della nostra ultima visita presso Castel del Monte è stato possibile documentare
la presenza di tre enigmatici cerchi nella terza torre (quella comunemente chiamata "Torre
del Falconiere") di cui aveva già parlato recentemente lo studioso Aldo Tavolaro.
I tre cerchi risultano incisi nei gradini e solo uno di questi è posto in corrispondenza di una
feritoia.
Le immagini sono qui inserite senza alcun commento in merito, nella speranza che i lettori
possano trarre le loro conclusioni liberamente e senza alcun preconcetto sulla natura dei
misteriosi segni
Crediti e Bibliografia
- Franco Cardini, Castel del Monte, Bologna, Il mulino, 2000
- Aldo Tavolaro, Castel del Monte e il Santo Graal, Bari, Laterza, 1994
- A. Tavolaro, Castel del Monte, Scrigno esoterico, Bari, Ed. Laterza, 1991
- G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Bari, Mario Adda Ed., 1996
- S.Mola (a cura di), Castel del Monte, Bari, Mario Adda Ed.,1991
- A. Tavolaro, Il mito solare, Bari, Ed. Laterza, 1995
- A. Tavolaro, Castel del Monte e il segreto dei Templari, Bari, Ed. Laterza, 1991 (romanzo)
- Nedim R. Vlora - Gaetano Mongelli, Dalla Valle del Nilo a Federico II di Svevia, Bari, Mario Adda Ed., 1995
- Federico II di Svevia, De Arte Venandi Cum Avibus - L'arte di cacciare con gli uccelli, Edizione e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna, a
cura di A, L. Trombetti Budriesi, Bari, Ed. Laterza, 2000.
- Ernst Kantorowicz, Federico II Imperatore, Garzanti, 1976
- Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte: un castello medievale, Bari, Mario Adda Ed., 2002
Immagini
- Figura a pag.8 - Le Stanze - Il Bassorilievo Perduto: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari
- Figura a pag.8 - Le Stanze - L'Ottava e Ultima Sala: G. Sciannamea, Castel del Monte, Un
viaggio controluce, Mario Adda Ed., 1996, Bari
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